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30 marzo 2017

Un bravo negro




Usciamo barcollando da casa di Matilde.
Anche se è già buio, ci siamo appena alzati da tavola, satolli.
Sono quasi le 17 di una fredda domenica d'inverno.
È stato uno di quei pranzi interminabili, abbiamo mangiato di tutto e bevuto di più.
Tanto di più.



Matilde ha cucinato da dio: pasta ai funghi, arrosto di maiale, fagiolata di sostegno.
Noi ospiti abbiamo portato una selezione di vini pazzesca.
L'unica regola era che ciascun vino avesse più di 13,5%.
Regola che è stata rispettata con religiosa serietà.
Abbiamo fatto fuori 8 bottiglie in 6 persone. Più grappe e liquorini vari.
Niente male.

Ora, però, vedo mostri.


Vediamo mostri.


Perciò evitiamo di guardarci negli occhi tra di noi, anche se ci conosciamo da una vita.
Camminiamo sul marcipiede a testa bassa, senza sapere dove stiamo andando.

Sudo alcol etilico anche se fa un freddo cane.

«E ora, tutti al pub!» sbiascica Franco, il compagno di Matilde.
È quello messo peggio della compagnia. In corpo ha più di due bottiglie di vino e un numero imprecisato di grappini.
Anche se darei un rene per una tisana in poltrona, non posso essere la prima del gruppo a cedere.

La vecchiaia.

L’ignominia, lo stigma che ognuno di noi vuole evitare come l’ebola e che ci spinge a dire, fingendo entusiasmo:

«Ok tutti al pub!»
In realtà abbiamo la morte dentro.

Barcollando, Franco ci guida al pub vicino.

Sulla porta veniamo investiti dall’olezzo di fritto e cucina che rischia di farci sboccare all’unisono.
«Diocristo» mormoro, fingendo di avere una telefonata in arrivo per ritardare l’ingresso in quel buco buio e puzzolente come… vabbè.
Respiro all’aria aperta come se fossi appena uscita da una piscina di concio, finché Matilde (che mi ha sgamata all’istante) viene a recuperarmi di forza.
«Dai vieni dentro, s’è ordinato le birre.»
Entro trascinando i piedi e trattenendo il respiro.

Casino, maxischermo con il calcio.

Le pinte sono sul tavolo.
Ne afferro una. La prima sorsata è fresca, niente male, pensavo peggio.
La stanchezza della giornata trascorsa quasi del tutto a tavola, si fa sentire. Mi accascio sulla panca. Matilde mi raggiunge.
Gli altri ad uno ad uno si defilano.
Rimanialmo in tre: Matilde, Franco ed io.
Franco ordina subito un altro giro.
Non facciamo in tempo a fermarlo, ci ritroviamo con altre pinte in mano. Dopo una lunga sorsata la appoggio sul tavolo per riprendere fiato.

Mi stupisco della mia resistenza.
Sono entrata trionfante, come si compete alle grandi campionesse di specialità, nella categoria "alcolisti +".
Sono orgogliosa di me stessa.
Se non fossi mezza svenuta, salirei in piedi su questa panca e puntando l’indice al cielo, farei un discorso di ringraziamento a tutti gli amici che mi hanno sempre sostenuta fino all’ambito traguardo.
 Sono quasi commossa.

Matilde mi dà una pacca sul braccio indicando il suo uomo, intento ad abbracciare un venditore senegalese di cianfrusaglie.

«Te tu sei un brao negro. Che ha’ ‘apito?» dice Franco al ragazzo africano.

«Devo intervenire?» domanda lei senza voglia.
«Assolutamente no» dico afferrando la pinta.
Lei annuisce.
Brindiamo.

«Un bravo negro. Dico bene figliole?»
«Certo Franco» rispondiamo all’unisono, entrambe munite di sorriso paraculo.

Il ragazzo è perplesso ma sta al gioco. Ha capito che può sfruttare la situazione a suo vantaggio.
«Te tu sei bravo, mica come quegli zingari di merda» continua imperterrito Franco, a voce alta.
Nel locale c’è casino e nessuno lo caca. Meno male.

Il ragazzo senegalese fa la sua mossa e gli mette in mano un braccialetto decorato con una conchiglia.
«Quanto tu volere?» chiede il Franco con la voce alterata e sguardo attento. Se non barcollasse potrebbe sembrare "quasi" sobrio.
«Dammi cinque euro» taglia corto il ragazzo.
«CINQUE EURI? Mi par giusto» dice Franco. Apre il portafoglio e gli dà i soldi.
Il ragazzo intasca e fa per andarsene.

«Mi aiuti a mettermelo? Un mi riesce» piagnucola Franco, che per la cronaca è un omone di quasi due metri, bello grosso.
Il ragazzo gli lega il braccialetto al polso.
Franco lo guarda soddisfatto, con l’occhio pio, velato dalle litrate di alcol igurgitate fin dal mattino.
«Bello, vero?» domanda, mostrandoci il laccino di pelle decorato che gli avvolge il polso enorme e peloso.
Annuiamo in sincrionia.

Poi afferra il ragazzo per le spalle.
«Te tu sei un bravo negro, mica come i tuoi amici rumeni.»

Matilde mi tocca il braccio prima che io intervenga per far notare a Franco l’incongruenza della frase. Quali amici rumeni? Come fai a sapere che ha degli amici rumeni? Perché proprio rumeni? Ecc.
«Che te frega, lascialo fare» bisbiglia al mio orecchio.
Giusto.

Il ragazzo senegalese annuisce.
«I rumeni mi stanno sul cazzo. Voi negri no, grandi lavoratori. GRANDI LAVORATORI. Si vede che sei un brao negro. TU ESSERE BRAHO.»
«Sì capo. Per favore mi dai cinque euro perché devo mangiare?» gli chiede a bruciapelo.

Well played, ragazzo.

Franco, barcollando tira fuori altri cinque euro. Lui intasca la seconda banconota e si defila salutando con un cenno.
«CIAO, CIAO AMIGO!» gli grida dietro Franco. Poi rivolto verso di noi: «Quello è davvero un braho negro.»
«Certo, ma ora vo a casa» dico.



Dopo qualche ora un messaggio di Matilde mi dice che Franco ha dato in escandescenze appena si è ricordato di aver dato "ben" 10 euro al ragazzo.

2 commenti:

  1. Il menù è misero...... tutto qui? ;p _m_

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    1. In effetti c'era altra roba. Ho semplificato per una questione di narrativa! :-)

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